Il libro | I colori delle case. Milan Interiors 1923-1978 di Orsina Simona Pierini

Nel libro I colori delle case. Milan Interiors 1923– 1978, Orsina Simona Pierini propone una lettura inedita dell’abitare domestico milanese del Novecento. I lettori entrano nelle case usando il colore come chiave di lettura principale.

L’intento è quello di utilizzare il colore, potente strumento visivo e primo livello percettivo attraverso cui si legge un ambiente, per raccontare i cambiamenti sociali e culturali che hanno attraversato la capitale del design italiano nel XX secolo. Il volume, edito da Hoepli nel 2025, documenta il ruolo del colore nella cultura abitativa di Milano attraverso fotografie d’archivio, schizzi, riviste d’epoca e testi critici, e analizza casi emblematici di appartamenti, palazzi e arredi.

Finalità dell’analisi è quella di narrare la varietà e la complessità del progetto del colore negli interni e di essere fonte di ispirazione e punto di riferimento per progettisti e tecnici che si trovano a compiere scelte cromatiche. La parte più consistente del libro è una raccolta di palette di colori, divise per epoca, sviluppate in collaborazione con Chiara Mazzola.

Le palette cromatiche suddivise per colori

In architettura, una palette di colori è una serie di colori coerenti tra loro che si accostano negli elementi che caratterizzano lo spazio architettonico: dipinti su pareti e soffitti, resi sui pavimenti, verniciati sui legni, laccati sui metalli, proporzionati nei tessuti. I colori andrebbero considerati sempre come parte di un’armonia cromatica e mai scelti uno a uno.

Più della metà delle pagine del libro è occupata da una serie di palette di colori che rappresentano le armonie cromatiche suddivise per decenni. A ogni decennio è stato attribuito un aggettivo legato alle esperienze di accostamenti di colori percepite dalle autrici delle palette, Pierini e Mazzola: si parte dai luminosi anni ’20 per arrivare ai violenti anni ’70.

Negli anni Venti, le avanguardie artistiche ripensano radicalmente lo spazio domestico: nasce il concetto di pareti libere e viene superata la suddivisione cromatica per stanze. Il pensiero di Le Corbusier, con l’idea del “valore proprio dei singoli colori”, contribuisce a costruire spazi unitari, in cui la varietà nasce dalla composizione pittorica.

I luminosi anni’20: Piero Portaluppi, Casa Radici di Stefano, 1929

Negli anni Trenta, il rapporto tra arte e colore si fa ancora più stretto, mentre negli anni Quaranta l’autarchia e il clima bellico impongono un rigore cromatico fatto di pareti bianche e legni scuri.

I cupi anni ’40: Giancarlo Palanti, Casa Mazzocchi, 1941
I programmatici anni ’30: Piero Bottoni, Luigi Figini, Gino Polloni, Casa Elettrica 1930

Gli anni Cinquanta segnano la ricostruzione e il ritorno della fiducia. In questi anni pareti e soffitti restano spesso bianchi, ma il colore torna a esprimere speranza e vitalità. Emblematica è la visione di Gio Ponti, per il quale “tutto il mondo deve essere coloratissimo”: il colore torna a scardinare lo spazio classico, reinterpretando le conquiste delle avanguardie storiche.

I fiduciosi anni ’50: Vico Magistretti, Casa Gavazzi, 1953-59

Negli anni Sessanta, l’introduzione di pitture sintetiche e nuovi materiali come Formica, plastica o moquette offre una gamma cromatica potenzialmente infinita e facilmente componibile. I colori diventano qui decisi e dominanti, spesso protagonisti assoluti dello spazio.

I rivoluzionari anni ’60: Joe Colombo, Casa Zancopè, piano rialzato, 1964

Negli anni Settanta, infine, Milano accoglie le grandi industrie come luoghi di sperimentazione condivisa tra artisti, architetti, designer e grafici, ampliando ulteriormente il campo delle possibilità cromatiche.

I violenti anni ’70 | Cini Boeri, Casa bianca e blu, 1971 e Nanda Vigo, Casa blu, 1971

Metodi di analisi

Le palette cromatiche sono state costruite attraverso due metodologie principali, dipendenti dallo stato di conservazione degli spazi; entrambe partono dall’osservazione degli interni.

Per gli spazi ancora esistenti è stata possibile l’osservazione diretta, mentre per gli interni non più esistenti l’osservazione è stata più complessa perché è passata attraverso lo studio di materiali d’archivio, a volte in bianco e nero. In entrambi i casi, il ruolo centrale dell’analisi è stato affidato all’occhio umano, alla sua sensibilità e alla cultura dell’osservatore.

Nel libro è raccontato il tentativo fallimentare dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per costruire le palette. La rigidità di analisi che contraddistingue l’IA la rende incapace di cogliere e riassumere le sfumature percettive e relazionali, e di considerare che il colore cambia in base alla luce, alle texture e alle superfici su cui si trova. Le palette risultano così assemblate come sintesi complesse di tonalità, proporzioni, combinazioni e relazioni tra gli elementi. Sono interpretazioni che dipendono fortemente dalla sensibilità e dalla cultura dell’osservatore.

Restituire la complessità cromatica di un appartamento significa misurarsi con proporzioni e articolazioni nello spazio, con le relazioni tra colori e materiali, con la luce che li trasforma. È in questo equilibrio dinamico che il progetto del colore trova la sua dimensione più autentica e che l’osservazione diventa, a sua volta, atto progettuale.

Il colore diventa un dispositivo narrativo all’interno delle case, in grado di raccontare il modo di abitare e di percepire e interpretare lo spazio. La casa non è solo contenitore funzionale, ma luogo emotivo, culturale e simbolico, in cui le cromie contribuiscono fortemente a costruire identità e relazioni.

di Lorenza Bisbano


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