Panoramica tecnica sui sistemi costruttivi a secco: dall’industrializzazione del cantiere ai vantaggi operativi in termini di rapidità, controllo e pulizia. Analisi di ambiti applicativi, materiali, soluzioni stratigrafiche e prestazioni acustiche, termiche e antincendio.
Di Matteo Cazzaniga
Innovazione in cantiere
I sistemi costruttivi a secco stanno progressivamente sostituendo le tecnologie costruttive umide (cioè realizzate in opera). Si tratta di un cambiamento profondo nell’approccio ai metodi costruttivi tradizionali che parte ormai da lontano, da almeno un paio di decenni, e che si pone come obiettivo principale la trasformazione del cantiere da luogo di produzione a luogo di assemblaggio.
Le motivazioni che hanno portato allo sviluppo di questo processo sono molteplici:
La rapidità esecutiva: minor incidenza di manodopera significa minori costi;
Il maggior controllo esecutivo: semplificando e riducendo la manualità, mediante il ricorso a sistemi di prefabbricazione o semi-prefabbricazione, si riduce il margine di rischio in merito a errori di posa in opera, appoggiandosi sempre più alle certificazioni di stabilimento o di sistemi costruttivi garantiti dal produttore, proprio perché completi. Da un lato un aiuto per direzione lavori e progettisti, dall’altro la risposta alla necessità dettata dall’impoverimento medio in termini di competenze degli operatori presenti nei cantieri;
La pulizia generale delle lavorazioni e quindi del cantiere in generale, da cui ne trae vantaggio la gestione complessiva della commessa.

Il cartongesso, leggero, versatile, lavorabile
Quando si parla di sistemi a secco, il primo materiale che viene in mente è il cartongesso: leggero, versatile e facilmente lavorabile può essere utilizzato in svariati ambiti e, come spesso accade a ciò che si diffonde in maniera rapida ed eterogenea, il termine finisce per essere applicato in maniera indiscriminata ad ambiti talvolta anche non esattamente corretti, come vedremo di seguito.
Se ci riferiamo al termine cartongesso è bene tener presente che parliamo di un materiale utilizzabile per lavorazioni interne a un edificio, data la sua spiccata igroscopicità e limitata resistenza agli agenti atmosferici. Le classi di applicazione principali sono sostanzialmente tre:
Pareti divisorie interne: partizioni tra locali di una stessa unità immobiliare o tra unità immobiliari differenti. Nel primo caso lo schema più comune è quello di una parete realizzata con struttura portante da 75 o 100 mm, interposto materassino in lana di roccia a bassa densità e doppia lastra per lato da 12,5 mm, con la variante idrolastra (di colore verde) per ambienti umidi come bagni o cucine. Nel caso di pareti divisorie tra diverse unità abitative, la stratigrafia sarà quella di un doppio muro con lastra centrale dalle pronunciate caratteristiche di fonoisolamento che dovrà rimanere intatta anche a seguito dell’installazione di tutti gli eventuali elementi impiantistici. Da un punto di abbattimento acustico, i sistemi in cartongesso sono particolarmente indicati, in quanto rispecchiano a pieno lo schema massa/molla/massa (lastra/materassino/lastra) che consente di formare la miglior barriera alle diverse frequenze sonore.
Particolarmente interessanti da un punto di vista tecnologico sono le lastre ad alta densità, presenti sul mercato in varie forme, che a discapito di una meno agevole lavorabilità, consentono di realizzare pareti in grado di sostenere importanti carichi in appensione.
Contropareti: rivestimenti di pareti in muratura, perimetrali o interne con la funzione di isolamento termico o di intercapedine per il passaggio di elementi impiantistici.
In questo caso lo spessore della struttura portante varierà in funzione delle specifiche esigenze così come le lastre di finitura, alla stessa stregua delle pareti divisorie interne. Il ricorso alla “placcatura” interna delle pareti perimetrali è particolarmente utilizzato sia nelle ristrutturazioni che nelle nuove costruzioni proprio per creare un idoneo spazio di alloggiamento dell’impiantistica elettrica e meccanica, senza dover interferire con la muratura principale tramite l’esecuzione di tracce murarie.
In tal caso l’interposizione di un materassino isolante ha più che altro la funzione di riduzione della “cassa di risonanza” che un’intercapedine vuota genererebbe.
Lastre preaccoppiate a pannelli isolanti
Laddove invece la principale necessità sia quella di incrementare le proprietà termoisolanti della muratura esistente (per esempio, cappotto interno, murature di vani scala o muri controterra di piani interrati), particolarmente indicate sono le lastre preaccoppiate a pannelli isolanti (Eps, poliuretano, lana di roccia), in quanto uniscono in un unico prodotto tutto quanto richiesto alla controparete. In questi casi, chiaramente, l’alloggiamento di elementi impiantistici è fortemente sconsigliato.
Controsoffitti
Si tratta di rivestimenti all’intradosso dei plafoni mediante la creazione di un’intercapedine libera per il passaggio di elementi impiantistici. Il tutto avviene mediante il posizionamento di una lastra semplice in cartongesso, fissata a profili pendinati al soffitto esistente tramite dei ganci a molla di lunghezza regolabile.

Al fine di perseguire il principio della desolidarizzazione dei singoli elementi costituenti un edificio tra di loro, sempre utile per evitare la creazione di fessurazioni più o meno rilevanti, è molto consigliato, laddove le luci di esercizio non siano eccessivamente importanti, il ricorso a sistemi autoportanti, svincolati cioè dal soffitto esistente (no pendini) e ancorati unicamente alle pareti perimetrali del singolo locale. Una metodologia non nuova, ma che necessiterebbe di un maggior utilizzo nei nostri cantieri.

Laddove il requisito principale richiesto è quello dell’ispezionabilità del controsoffitto, si ricorrerà a sistemi modulari (generalmente in pannelli 60×60 cm di fibra naturale, lana di roccia o metallo in caso di ambienti umidi) che però di cartongesso hanno molto poco, se non delle porzioni di compensazione in caso di locali dallo sviluppo planimetrico particolarmente irregolare.
All’esterno
Le strutture a secco sono anche perfettamente compatibili con gli ambienti esterni: semplicemente non è corretto chiamarle cartongessi. Murature perimetrali, rivestimenti di facciata, controsoffitti di porticati o spazi aperti possono tranquillamente essere realizzati con lo stesso schema tipologico ed esecutivo che si utilizza per il cartongesso: struttura portante metallica a guide e montanti, lastre avvitate e isolamento interno.
La variabile su cui intervenire è principalmente la scelta dei materiali: le lastre saranno allora in fibrocemento, adatte a sopportare gli eventi atmosferici più disparati, e le strutture portanti non più in acciaio zincato bensì in zinco-titanio o comunque in leghe ferrose resistenti alla corrosione.
Antincendio
Allo stesso modo, il settore della compartimentazione antincendio trova oggi buona parte delle proprie soluzioni tecnologiche all’interno del mondo delle costruzioni a secco. Qui, accanto a specifiche lastre a base cartongesso, si aggiunge anche il mondo delle laste in calcio-silicato, leggere e particolarmente performanti in presenza di alte temperature.
Abbiamo visto quindi, seppur rapidamente, come le costruzioni a secco offrano risposte adeguate e dalle elevate prestazioni in molteplici ambiti, senza limitazioni di sorta se confrontate con i sistemi di muratura tradizionali: l’importante, oserei dire, è non cadere nella tentazione semplicistica di chiamarle genericamente con l’appellativo di “cartongessi”!
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